Per spiegare il rapporto degli italiani con Sanremo non servono astrazioni. C'entra piuttosto la psicoanalisi e la sublimazione: quel processo di presa di distanza dal primo oggetto d’amore attraverso cui si passa alla vita adulta - di Massimo Adinolfi
Sublime: non c’è altra parola. Invece qualche altra parola ci deve essere, per parlare di Sanremo e della quintessenziale serata delle cover. Se il pubblico e perfino la critica si sperticano in applausi per Albano-Morandi-Ranieri, e per i sessant’anni di “Fatti mandare dalla mamma” ,. Anzi: deve stare da tutt’altra parte. Se infatti la categoria del sublime è tornata in circolo, per decifrare alcuni aspetti della sensibilità contemporanea, è per via del suo rapporto con l’.
“Il sublime è adesso”, scrisse Barnett Newman nel 1948, cioè dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, che l’artista provava a trascendere nel silenzio quasi ieratico di immagini liberate dal peso della storia e dall’usura delle parole: nessun oggetto, nessuna figura, nessun segno, quel che si vede nelle tele di Newman è muta presenza.Abbonati per continuare a leggereLe inchieste, gli editoriali, le newsletter.